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The sharpest life, ff venuta così x caso...kissà se continuerà? mmm....
view post Posted on 24/2/2008, 20:59Quote
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la Trota più bella u.u

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 14/11/2009, 18:57


Oddeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeo!! Cioèè, a parte che le tue doti di scrittrice migliorano di giorno in giorni (non scherzo) ma..ma.. quanto è bella questa fic??? Ti adoro perchè me la fai leggere! **
Gee... beh ce lo vedo bene nelle vesti di principe azzurro (e immagino che tu ce lo veda anche meglio di me XP)! Povera Roxy però, che colpo... ma si riprenderà insieme a Gee **
E poi... voglio dire, cioè se non c'era il mio true love no? come faceva Gee a salvare Roxanne? U.U L'ho sempre detto che è un genio!
BRAVISSIMA!^^ Continua prestoo ** (lo so che io mi sono accorta 12 giorni dopo dell'aggiornamento, devi perdonarmi >.< magari la prossima volta me lo mandi su msn xD)
Bacini chimici!

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ѕσ ѕнυт уσυя єуєѕ
кιѕѕ мє gσσ∂вує
αи∂ ѕℓєєρ
נυѕт ѕℓєєρ
-Sleep- My Chemical Romance


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кιѕѕ αи∂ тєℓℓ,
вαву ωє'яє вℓєє∂ιиg ωєℓℓ
кιℓℓ αи∂ тєℓℓ, вαву ωє'яє вℓєє∂ιиg ωєℓℓ
... 'ιи нєℓℓ
-нιм-


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∂αяк ωιиgѕ тнєу αяє ∂єѕ¢єи∂ιиg
ѕєє ѕнα∂σωѕ gαтнєяιиg αяσυи∂
-Dark Wings-

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мα∂ вσуѕ xD
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<3


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Status: Offline: ultima azione eseguita il 10/2/2009, 13:02


AAAAAAAAAWWWWWWWWW!!!!!!!!!! hai continuato a leggere!!!!
me troppo troppo emozionata!!! :*++*: :*love*:
e troppo troppo felice per tuoi complimenti!!!
gassie gassie!!!!
eh si, meno male ke c'era il tuo true love, sennò potevamo dire addio alla ficcy...quell'uomo è un ottimo strumento motore!!!
cmq, cmq, visto ke ci tieni tanto, ti manderò su msn gli ultimi aggiornamenti...così rimani perfettamente al passo!
grazie ancora x i commenti, silvietta!!!! :*love*:

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"Così tante persone ti trattano come se fossi un bambino che tu puoi tranquillamente comportarti come se lo fossi, e quindi puoi lanciare il televisore dalla finestra dell'hotel." Gerard Way

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"Se per un minuto pensi di essere migliore di una ragazzina con una maglietta dei Green Day, stai prendendo un granchio. ricorda la prima volta che sei andato ad un concerto e hai visto la tua band preferita. indossavi la loro maglietta, e cantavi ogni parola. Non sapevi nulla di politica, capelli o moda. Tutto ciò che sapevi era che quella musica ti faceva sentire diverso da tutti quelli con cui avevi diviso qualcosa. Qualcuno finalmente ti capiva. Questo è ciò che fa la musica" Gerard Way

"The world is less violent when you're using hula hoops." Mikey Way

"Heroes are ordinary people who make themselves extraordinary." Gerard Way

"Suicide is a serious thing. And if you know anyone who is suicidal, you need to get them help. No one should be in pain. Everyone should love themselves. Like I love you all." Gerard Way

 
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 29/11/2009, 21:30


Oddio Ale!!!!!ho finito adesso di leggere tutto!
scusa se nn ho commy...
è bellerrimo!!!!!
ovviamente Gee è Gee.. :wub: :wub: :*++*: :*++*: :*++*: :*++*: :*++*: :*love*: :*love*: :*love*: .ed è...stupenderrimo!
sei bravissima!!!!

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Tutti credono che il dolore sia la cosa peggiore del mondo....l'indifferenza è peggio....

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view post Posted on 6/4/2008, 19:38Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 10/2/2009, 13:02


ma grascie anna!!!!! non pensavo ke qualcuno ancora leggese qui!!!! :*++*:
me molto moooooooooolto felice!!!! e non ti preoccupare dei commenti, mi basta sapere ke leggi e apprezzi!! :*love*:
quasi quasi ne posto un altro... :*sogghigno*:

*******************

***Roxy POV**
Ogni traccia, dovevo cancellare ogni traccia di lui.
Sfregai con violenza la spugna sulla pelle, fino a farla arrossare, ancora e ancora, fino a farla bruciare, fino a cancellare la sensazione delle sue mani.
Toc toc.
“Roxanne, tutto ok? È un'ora che sei lì dentro”.
Era rimasto, anche se non glie l'avevo chiesto. Non avevo detto una parola da quando eravamo in macchina.
Sciacquai gli ultimi residui di sapone e chiusi l'acqua.
Non osai guardare lo specchio, non volevo vedere il mio viso, lo sfacelo. I graffi sparsi sul mio corpo, piccole linee rosse, bruciavano terribilmente, i lividi, le sue impronte, dolevano ad ogni movimento. Gettai i vestiti sporchi nella cesta, senza degnarli di uno sguardo. Non pensavo a nulla.
Indossai lentamente la vecchia felpa e i pantaloni della tuta, gemendo ogni qualvolta il tessuto sfiorava una ferita. Ferita del corpo, ferita del cuore.
Non ci pensare, non ricordare.
Presi l'asciugacapelli e, collegatolo alla corrente, iniziai ad asciugarmi i capelli, come un'automa. Una ciocca alla volta, fino a stirarli completamente, gesti maniacali e nervosi, dando le spalle allo specchio.
Ora sono pulita, ora posso uscire.
Staccai la spina e riavvolsi il filo, facendo aderire perfettamente una spira all'altra. Chiusi lo sportello accanto allo specchio, gli occhi bassi. Non guardare il tuo riflesso.
Aprii la porta, facendo scattare la serratura. Avevo bisogno di acqua, dovevo andare in cucina.
Lui mi aspettava in corridoio, fuori dal bagno, appoggiato al muro. Lo guardai in viso. Mi rivolse un sorriso triste mentre guardava i segni sugli avambracci.
Sei ancora sporca, devi lavarti.
Ritornai di corsa in bagno, senza curarmi di chiudere la porta. Lasciai scorrere l'acqua rovente del lavandino, riprendendo in mano la spugna. Sfrega più intensamente, cancella ogni macchia. Sei sporca.
“Che stai facendo?!”. Era dietro di me, allarmato. Non alzai lo sguardo verso il suo riflesso, non volevo incrociare i suoi occhi, troppo puri per una persona sporca come me. Non guardarmi, non guardarmi!
“Sono sporca, devo lavarmi” risposi piatta.
Sfrega più forte, cancella ogni traccia.
“Smettila” disse tranquillo, poggiandomi una mano sul braccio.
“Sono sporca, devo lavarmi” ripetei, atona.
Cancella ogni traccia, cancella tutto.
“Basta!”. Mi strappò la spugna dalle mani e chiuse il rubinetto. “Sei tutta rossa” mormorò triste, asciugandomi con delicatezza gli avambracci.
Allontanai con uno scatto le sue mani. Lui è pulito, non deve toccarti.
“Non toccarmi, io sono sporca”.
“Roxanne, calmati”. Scossi la testa. Lui non poteva capire, non poteva sapere. Mi mise una mano sotto al mento, cercando di incontrare i miei occhi. “Guardami”.
Mi scostai violentemente. “Non toccarmi, non guardarmi!”.
Mi afferrò per le spalle e cercai di sfuggirgli.
“Smettila di fare così, calmati!”. Era agitato, ma io ancora di più; isterica, irrazionale.
“Non guardarmi, va via!” strillai, mentre le lacrime rendevano sfocata la vista.
“NO!”. Urlò così forte che abbandonai la mia inutile lotta. Alzai lo sguardo sul suo viso. Gli occhi brillavano rabbiosi, le guance arrossate e il respiro ansante, ultimi segni della sua foga.
Mi strinse forte a sé; ero troppo debole per ribellarmi alla sua presa ferrea.
“Ti prego, ora smettila. Sei pulita. Va tutto bene, ci sono io con te” sussurrò dolcemente nel mio orecchio, accarezzandomi i capelli e la schiena.
Qualcosa si aprii in me. Le lacrime sfuggirono alla trappola delle ciglia, i singhiozzi mi mozzarono il respiro. Mi abbandonai ad un pianto disperato, stringendo spasmodicamente il davanti della sua camicia, nascondendo il mio viso nel suo petto.
“Non lasciarmi, non lasciarmi” lo pregai tra i singhiozzi.
Mi baciò dolcemente la tempia, cullandomi tra le sue braccia. “Non lo farò. Te lo prometto”.

**Gerard POV**
La tenevo sulle mie ginocchia, le braccia a circondarle la vita. Dormiva con il capo appoggiato sulla mia spalla, umida di lacrime.
Aveva pianto a lungo prima di calmarsi e addormentarsi. Io non ne ero stato capace.
Guardai distrattamente l'ora sull'orologio appeso al muro della cucina: le otto. Chissà quand'era che il sole era sorto? Non me ne ero accorto.
Roxanne si mosse tra le mie braccia, sospirando. Le baciai la fronte e si calmò.
Non avevo chiuso occhio tutta la notte. La rabbia era ancora forte in me, alimentata dalle immagini che vedevo ogni vota che chiudevo gli occhi.
Roxanne a terra, in lacrime. Le mani di quel bastardo che la toccavano ovunque. Il taglio sanguinante sulle dolci labbra di lei, i lividi e i graffi sulla pelle delicata.
Perché? Perché farle una cosa del genere? Avrebbe dovuto prendersela con me, non con lei. Vigliacco, schifoso bastardo. Solo una mente perversa poteva architettare tutto questo.
Mi sentivo frustrato. Non ero stato in grado di evitarle questo dolore. Mi sentivo impotente.
Roxanne si agitò di nuovo. Spostò il capo, sfiorandomi il collo con il naso,e incontrò il mio sguardo.
“Ciao”. Fece un tentativo di sorriso, molto mal riuscito.
“Ciao. Dormito bene?”. Fu la mia volta di sorridere e lo feci con tenerezza. Così dolce, così piccola e indifesa nel mio abbraccio.
“No, ma non me lo aspettavo”. Sospirò, solleticandomi la pelle, e si raddrizzò, stiracchiando con un gemito la schiena.
“Caffè?” propose, sorridendo al mio sbadiglio.
“Caffè” assentii.
Si alzò, muovendosi goffa per il tanto stare ranicchiata, e si spostò in cucina.
Mi stesi sul divano, sospirando. Chiusi gli occhi, schermandoli con le braccia, e mi misi ad ascoltare il rumore di tazze e il gorgoglio della caffettiera.
Pochi minuti dopo, la sua voce vicinissima mi risvegliò.
“Ecco”. Posò la tazza sul tavolino accanto a me. Tolsi le braccia da viso e voltai la testa verso di lei.
Se ne stava in ginocchio sul pavimento e mi guardava al di sopra del bordo della tazza.
“Tu hai dormito?” domandò, dopo qualche attimo di silenzio.
“No, per niente” risposi, tirandomi su a sedere. Mentre prendevo la tazza pensai a quella strana sensazione di deja-vù. Ci eravamo già trovati così una volta. Ma allora era stato imbarazzante. E le premesse erano state completamente diverse.
Roxanne si alzò in silenzio e si inginocchiò sul divano, appoggiandosi allo schienale; sorseggiava lentamente il suo caffè, lo sguardo perso in un punto imprecisato della stanza. Anche io mi guardavo intorno, focalizzando ogni particolare dell'ambiente. L'appartamento era molto piccolo: una stanza da letto, un bagno e un soggiorno-cucina. Ma per quanto le misure fossero ridotte, era fornito di tutto l'essenziale e molto confortevole: era casa sua, e l'aveva arredata secondo i suoi gusti personali. Foto e poster alle pareti, lo stereo in un angolo, accanto ad una torre di cd. Niente decorazioni, niente fronzoli. Costruito a sua immagine.
Ritornai a lei, ancora persa nei suoi pensieri. I nostri occhi s'incrociarono.
“Come ti senti?”
“Uno schifo” rispose sinceramente, sorridendo amara.
“Fanno male?”
“Cosa?”
indicai con un gesto gli avambracci segnati e il labbro spaccato. “Le ferite”.
“Ah, non più di tanto. E a te? Hai un brutto taglio sulla guancia”. Si sporse verso di me e mi accarezzo la ferita, leggera come una farfalla. Mi lasciai sfuggire un gemito soffocato.
“Aspetta, prendo una pomata”. Prima che potessi ribattere si era alzata. La sentii armeggiare in bagno, aprendo e chiudendo sportelli e cassetti. Tornò subito dopo, stringendo cotone, pomata e una bottiglia in mano.
“Brucerà un po'. Ho finito l'acqua ossigenata”.
Mi toccò il taglio con in batuffolo di cotone imbevuto di quello che, a giudicare dall'odore, doveva essere l'alcool. Mi morsi il labbro e strizzai gli occhi. Finito di pulire la ferita, vi spalmò sopra un velo di pomata con gesti leggeri e precisi.
“Fatto” annunciò, scostandosi un poco. Era molto vicina e potevo notare un graffio sotto il mento che mi era sfuggito. L'accarezzai delicatamente e sfiorai il taglio sul labbro inferiore. Roxanne non si mosse di un centimetro.
“Scusa” mormorai.
Inarcò le sopracciglia, interrogativa. “Di cosa?”.
“Di non averlo evitato” spiegai amareggiato.
“Non avresti potuto” mi consolò lei, sorridendo dolcemente.
“Si, se mi fossi deciso prima” ribattei, scuotendo la testa.
“Gerard, io non...” iniziò, ma la interruppi.
“Capisci? Non c'è niente da capire. Io sono un'idiota e tu un'irresponsabile”. Ero stato più aspro di quanto avrei voluto, ma ormai ero deciso a dare sfogo alla mia rabbia.
“Che vorresti dire?” chiese irritata.
“Come ti salta in mente di tornartene a casa da sola a quell'ora? A piedi poi... sei una ragazza, cazzo!”. L'esasperazione, la frustrazione e la sensazione di impotenza stavano svanendo lentamente, mano a mano che davo sfogo ai miei sentimenti.
“Se non fossi arrivato in tempo, a quest'ora non ho idea di come staresti! Come hai potuto essere così folle? Pensavo avessi imparato la lezione la prima volta che quel bastardo ti ha messo le mani addosso, e invece...Cristo!”. Parlavo in fretta e ad alta voce: lei mi guardava furiosa, gli occhi fiammeggianti.
“Cosa vorresti dire? Che me lo sono meritata? Che siccome sono una ragazza indifesa non devo prendermi tutte queste libertà? Ma chi cavolo sei, mio padre?”. Stava urlando anche lei.
“Sto solo dicendo che ti sei comportata da stupida!” dissi di rimando.
“Non sono fatti tuoi come mi comporto! Non sono fatti tuoi se decido di tornare a casa da sola o...”
“Sono fatti miei eccome! Cazzo, non capisci che mi sto innamorando di te?”.
Roxanne spalancò gli occhi e la bocca. L'avevo detto. Ce n'era voluto, ma finalmente lo aveva saputo.
Furono attimi di silenzio interminabile.
“Gerard, io...” iniziò, ma la interruppi di nuovo.
“Aspetta fammi finire. Voglio spiegarti”.

**Roxy POV**
Lo guardai intensamente, in attesa che si decidesse a parlare. Avevo il cuore a mille mentre lo guardavo strofinarsi le mani sul viso, tormentarsi i capelli, mordersi il labbro.
Respirò profondamente e piantò i suoi occhi nei miei con fare deciso.
“Lo so, stai pensando che sono matto...ed è vero, perché tu mi hai fatto impazzire. Ogni volta che ti guardo, che sei vicino a me, vorrei stringerti tra le braccia e portarti via, in un posto segreto. Quando non sei con me è come se il sole si fosse eclissato: nei miei pensieri ci sei solo tu, da sveglio e nel sonno, non mi abbandoni mai. Sei così bella da sembrare irreale, un angelo del cielo. Mi hai ferito il cuore, Roxanne, e non riesco a guarire”.
Ascoltai la sua confessione sempre più stupita. Lui, pensare a me così intensamente, desiderarmi così ardentemente...non lo meritavo.
Scossi leggermente la testa.
“Gerard, io davvero, non so che dire”.
“Non dire niente. Credo di aver capito”. Cosa hai capito, Gerard? Che per me è lo stesso, se non di più? Ma io non ti merito, non sono degna del tuo affetto. Io, un essere così insignificante.
“Va bene anche così, anche se non mi ami. So farmi da parte, non c'è problema. Uscirò dalla tua vita, te lo giuro”. No, no! Avrei voluto dirgli, ma la voce era venuta a mancare.
“Volevo solo che sapessi. Almeno troverò pace con me stesso. Frank potrà ridere di me quanto vorrà, ma io...”.
Non so cosa sia scattato. Sarà stato il fatto che non riuscivo a parlare e che volevo disperatamente fargli capire cosa provavo per lui. Ma le parole non sarebbero bastate comunque. Troppe erano le cose da dire, troppi i sentimenti da spiegare. Probabilmente ci avrei messo una vita. Ecco perché l'ho fatto.
Scattai verso di lui, prendendo il suo viso tra le mani, e soffocai le sue spiegazioni con le mie labbra.

**Gerard POV**
Il suo spostamento fu talmente rapido che non me ne accorsi. Mi ci volle qualche secondo per capire che mi stava baciando. Reagii al rallentatore, sollevando le braccia, pesanti come il piombo, e circondando le sue esili spalle. Sentii che anche lei si era mossa, avvicinandosi di più e circondandomi il collo. Sentivo il sapore di caffè delle sue labbra mentre le schiudevo con la lingua, passando da un semplice sfiorarsi di labbra ad un bacio più impetuoso. Quanto avevo desiderato quel contatto, quel momento!
Roxanne rispose con passione, cercando di trasmettermi i suoi sentimenti. E io avevo capito.
La strinsi ancora più forte, cadendo lentamente all'indietro sul divano. Ci separammo solo quando l'aria cominciò a mancarci, facendoci girare la testa.
“Ti amo anch'io” sussurrò ansante. Mi rimpossessai con foga della sua bocca. Sei mia ora.

**Roxy POV**
Quelle labbra, così delicate e impetuose allo stesso tempo mi stavano facendo girare la testa. Non avevo mai provato una cosa simile in vita mia. Il mondo si era dissolto attorno a noi e non capivo più niente. Non c'era nessun suono oltre a quello dei nostri respiri, dello schioccare dei nostri baci.
Semplicemente magico.
E improvvisamente non mi importava più se ero insignificante o banale. Aveva scelto me, era me che amava: ed ero felice come non lo ero mai stata.

**Gerard POV**
Il suo profumo, il calore del suo corpo mi stavano facendo impazzire. Le accarezzai lentamente la schiena, indugiando sulla porzione scoperta alla base della colonna. Sfiorai con la mano la sua pelle calda, facendola tremare. E non andai oltre. Si era irrigidita e avevo capito che per lei non era il momento adatto. Ancora troppo presto.
Riportai la mano dietro la sua nuca, intrecciando le dita ai suoi capelli, e sentii i suoi muscoli scogliersi, il tocco delle labbra farsi più dolce e meno intenso.
Ci separammo dopo quella che mi parve un'eternità, l'eternità più bella che potessi desiderare.
La guardai aprire lentamente gli occhi, sognante. La ragazza più bella che avessi avuto la fortuna di incontrare.

**Roxy POV**
Aprii gli occhi poco a poco, per conservare quelle sensazioni così intense. Sotto di me, Gerard mi guardava intensamente, un sorriso dolcissimo ad illuminargli il volto stanco.
“Wow” dissi.
“Già, wow” assentì.
Mi accarezzò la guancia, portando indietro una ciocca di capelli, fino a bloccarla dietro l'orecchio.
“Avevi capito tutto, eh?” ironizzai io, guardandolo divertita.
“In genere, sono un tipo intuitivo” rispose lui, malizioso “ma sono felice di essermi sbagliato.” mormorò chiudendo gli occhi.
Con la punta delle dita cominciai a tracciare delicatamente i tratti del suo viso: il naso piccolo, le labbra sottili, le sopracciglia decise. Ancora non riuscivo a capacitarmi che tale perfezione avesse scelto me. Sfiorai piano la ferita rossastra sulla guancia.
“Scusa” mormorai, ma non rispose. Il suo respiro si era fatto lento e profondo, il suo abbraccio era più rilassato. Le labbra chiuse, che prima erano state così ardenti, ora avevano un aspetto così innocente, con quel sorrisetto a incresparle.
Gli accarezzai la guancia sana, dalla tempia fino alla mandibola e gli scostai i capelli corvini e soffici dalla fronte. Non potei fare a meno di restare qualche minuto in contemplazione, sorridendo di felicità.
Tuttavia le poche ore di sonno inquieto non mi avevano fatta riposare a sufficienza e il caffè non era riuscito a fare effetto. Al decimo sbadiglio, che mi fece lacrimare gli occhi, decisi che era ora di dormire anche per me.
“Sogni d'oro, Gee” gli augurai, posandogli un bacio sulla guancia. Mi accoccolai contro il suo petto, respirando il suo profumo. Non ci volle molto perché il tepore e il senso di protezione mi abbandonassero alle braccia di Morfeo.


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"Così tante persone ti trattano come se fossi un bambino che tu puoi tranquillamente comportarti come se lo fossi, e quindi puoi lanciare il televisore dalla finestra dell'hotel." Gerard Way

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la Trota più bella u.u

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 14/11/2009, 18:57


:*love*: :*love*: :*love*: :*love*: :*love*: :*++*: :*++*: :*++*: :*++*: :**__**: :**__**: :**__**: :**__**: :**__**: :**__**: :**__**: OkkeiXD Quattro milioni di faccine non riusciranno mai a descrivere il mio stato d'animo...cioè...ma...HALLELUJAAAAAAAA!!! Che belloooo! Mamma mai mamma miaaa!! Riuscirà la nostra eroina a scrivere una frase di senso compiuto? Lo sapremo tra poche righe!
Era proprio ora che Gee si decidesse a dirle tutto*_________* quanto sono dolzi, anche se mi dispiace per Roxanne che porella gliene capitano di tutti i colori, può fare concorrenza a Bella! Anche se pure lei se le va a cercare... COMUNQUE zei bravissiimaa** Mi è piaciuto tantissimo! A quando il prossimo? xP

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view post Posted on 17/4/2008, 19:34Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 10/2/2009, 13:02


detto fatto!!!!! XD



**********
“Allora, racconta un po'!”. Frank mi posò davanti una tazza di caffè fumante. La presi tra le mani e soffiai piano, increspandone la superficie e disperdendo il vapore aromatico.
“Non è un bel racconto” dissi piatto, mentre si sedeva difronte a me. Il mio amico mi guardò interdetto a quelle parole. “Perché? Non ti avrà respinto?!”. Era estremamente allarmato e potevo intuire i suoi pensieri: era convinto di avermi mandato al patibolo. Tipico di Frank sentirsi in colpa per gli eventi dovuti al caso.
“No, anzi” lo rassicurai, “mi ha persino baciato.”.
Il chitarrista scoppiò a ridere sguaiatamente , oscillando pericolosamente sulla sedia.
“Oddio, adoro questa ragazza! È semplicemente grandiosa, meno male che ci pensa lei a prendere l'iniziativa!”. Continuò a ridere come un matto, rischiando più volte di finire a terra con tutta la sedia. Io me ne tornai corrucciato al mio caffè.
“Vuoi finirla per favore? A parte il fatto che potresti cadere”. Non mai stato un tipo permaloso, ma ridere di me in quel modo...non ci stavo proprio!
“Ok, scusa!”. Respirò profondamente per spegnere gli ultimi spasmi di risa, ma continuò a sorridere.
“È davvero fantastico, Gee. Perché non dovrebbe essere una bella cosa? Non è un dramma se è la donna a prendere l'iniziativa, anzi...”.
“Non è questo” dissi piano, amareggiato. Mi ero rabbuiato in viso e il sorriso di Frank, quando se ne accorse, si spense, cedendo il posto ad un'espressione preoccupata.
“Gerard, che è successo?”.
Presi un altro sorso di caffè bollente per inumidirmi la gola: non era sicuramente un racconto facile il mio.
“Frank, ti ricordi quella sera, al pub, quando anche voi l'avete conosciuta?”. Il mio amico annuì, invitandomi a proseguire.
“Ti ricordi cosa è successo?”. Gli ci volle solo un attimo: “Si, c'era quel tipo che la infastidiva.”.
Bevvi un altro sorso di caffè, assaporandone il gusto amaro. Intanto il mio amico impallidiva a vista d'occhio, assumendo una preoccupante tonalità cadaverica.
“Gee...” iniziò insicuro, “non si sarà messa con lui?” chiese inorridito.
Scoppiai a ridere, soffocandomi quasi con il caffè. O mio Dio, questo ragazzo era incredibile!
Ridevo, ridevo e ridevo, gli occhi bagnati di lacrime.
“Che c'è?” domandò perplesso.
“Cristo, Frank, sei incredibile!”.
Impiegai qualche attimo per calmarmi e tornare a sorridere triste. Purtroppo non c'era nulla di divertente in quanto era accaduto; ero estremamente sollevato che quel bastardo non fosse andato fino in fondo, tuttavia non riuscivo a non sentirmi furioso e responsabile.
“Magari fosse andata così, sarebbe stato sicuramente meglio”; decisamente meglio, per lei.
“Che vuoi dire?”.
Iniziai il mio racconto, senza omettere alcun particolare: dissi della mia furia omicida, mai provata prima d'allora, di quanto ora mi ritenessi responsabile. Raccontai dei suoi tagli, del labbro spaccato e dei lividi sulla pelle chiara, evidenti come marchi. Descrissi la sua reazione isterica, di quanto mi avesse fatto male vederla così disperata e fragile.
Frank ascoltò attentamente, senza interrompermi con inutili commenti.
Tenevo gli occhi bassi mentre parlavo, lo sguardo piantato sul tavolo, senza vederlo realmente: ero di nuovo lì, in quel vicolo buio e sporco, tremante di rabbia.
“Poco fa, Roxanne mi ha mandato via di casa sua. Sarei voluto rimanere ancora, ma lei diceva di stare bene. Per fortuna è venuta Mina a darmi il cambio. E poi sono venuto qui”. Completai il mio racconto senza sentimento: mi sentivo svuotato.
Il caffè si era raffreddato: il vapore non si liberava più in aria in arabeschi evanescenti.
“Gee, io non ho parole” ammise infine il mio amico, dopo attimi di pesante silenzio.
“Ma ora è tutto sistemato, no? Voglio dire, la polizia lo ha arrestato e tra un po' finirà in prigione”.
“Spero di si, anche se ci hanno convocati a testimoniare”.
“E poi, anche se le premesse non sono state delle più rosee, tu e Roxy state insieme, no?”.
Alzai di scatto lo sguardo sul mio amico che sorrideva eccitato.
“Beh...le cose non stanno esattamente così” lo contraddissi timidamente.
“Come no!”. Frank si era proteso verso di me, le mani appoggiate sul tavolo per sostenersi. Mi guardava shockato, bocca e occhi spalancati.
“Ok, ci siamo baciati, ma poi...ehm...non ne abbiamo parlato”spiegai, con una vocina sottile sottile.
Frank si sbatté il palmo della mano sulla fronte, esasperato.
“Gesù, sei davvero impossibile Gee!”sentenziò.
“Scusa, eh, se non le sono saltato addosso! Ma sai, non credo fosse il momento adatto” replicai offeso, fulminandolo con lo sguardo.
Il mio amico ignorò l'occhiataccia e tornò ad appoggiarsi allo schienale della sedia, incrociando le braccia: rieccolo col suo atteggiamento saccente!
“Gerard, lo so che sei afflitto da ormoni impazziti e che assaliresti qualsiasi essere di sesso femminile sulla faccia della terra”; inarcai le sopracciglia alle sue ma lui mi ignorò, continuando con i suoi sproloqui. “...ma potresti almeno degnarti di spiegarti a parole qualche volta?”.
“Ma io l'ho fatto!” mi difesi indignato.
“Frank mi guardò ad occhi socchiusi, penetrante. “Sentiamo, che le hai detto? Voglio parola per parola”.
“Non mi ricordo proprio tutto, ma la parte importante si”:
“E sarebbe?”.
“Mi sto innamorando di te”. Ok, non proprio un'uscita geniale, ma così stavano le cose.
“Mi sto innamorando di te” ripeté, incredulo.
“Già”. Finii l'ultimo fondo di caffè gelido con una smorfia schifata.
Frank continuava a guardarmi senza dire una parola, le sue sopracciglia sempre più inarcate che quasi sparivano dietro il ciuffo di capelli neri.
“Ma sei scemo o cosa?” disse finalmente, quando ormai riuscivo a sentire i passi delle termiti del piano di sopra.
“Perché?” domandai con la migliore espressione innocente del mio repertorio.
“Mi sto innamorando di te?” citò nuovamente.
“Beh, è vero” risposi, con un'alzata di spalle.
Frank si massaggiò le tempie respirando profondamente; molto teatrale o molto spazientito.
“E lei che ha risposto a cotanta dichiarazione?”.
Ripensai a quel momento stupendo e con orrore mi accorsi di non ricordare assolutamente se lei avesse detto qualcosa o meno.
“Ehm” temporeggiai, fissando con esagerato interesse il fondo asciutto della mia tazza.
“Gerard, cosa ti ha detto Roxanne?” domandò di nuovo Frank, con una dolcezza tagliente.
Continuavo a starmene ostinatamente in silenzio, sempre osservando i residui della polvere di caffè che si erano incrostati alla ceramica verde della tazza. Alla fine sputai la verità: se avessi continuato ad ignorare la domanda, Frank mi avrebbe preso a pugni.
“Non lo so” confessai.
“Che vuol dire non lo so?”.
“Che non lo so!”.
“E poi dici di non essere scemo!” gemette il chitarrista, stendendosi sul tavolo.
“Ma non è colpa mia! Ero distratto! Pure tu lo saresti stato in quel momento” ribattei in mia difesa.
“E poi dici di non essere arrapato”.
Alzò il capo dalle braccia , strofinandosi con vigore gli occhi e, alzatili al cielo, cominciò a borbottare in modo incomprensibile.
“Vabbè, non è così tragica! Tanto tra un po' ci vediamo di nuovo” cerca di rimediare.
“Perché? Vai a chiederle se per caso ha commentato la tua uscita da maestro?”.
“Ah-ah, simpatico! Comunque no, dobbiamo andare insieme alla polizia, ricordi?”.
“Oh, che romantico! Bella idea dichiararsi mentre si denuncia un tentativo di stupro! Complimenti, Casanova, sei davvero un genio” commentò sarcastico.
“Ma per chi mi hai preso? Non sono così cretino! E non provare a dire il contrario” lo interruppi, prima che riuscisse ad aprire bocca.
Frank mi lanciò uno sguardo tra il pietoso e il rassegnato. “Beh, meglio di niente, almeno vi parlerete. Vedi di capire cosa ne pensa, stavolta! Ignora il richiamo della natura!” mi ammonì, ghignando divertito.
“Si, papà, farò come dici tu” lo rassicurai, sbuffando esasperato.

Era pomeriggio inoltrato quando bussai alla sua porta.
Ci fu un gran rumore di passi affrettati e armeggiare del chiavistello; “Ehi” mi salutò. Aveva l'espressione estremamente stanca, ma il sorriso era più naturale. Era un tipo forte, si stava già riprendendo.
“Ciao. Come ti senti?” la salutai, entrando nel varco che teneva aperto per me.
“Un po' meglio, anche se a pezzi” rispose Roxanne.
“Mina?” domandai, guardandomi attorno: non c'era alcuna traccia della donna.
“L'ho mandata via, mi stava facendo impazzire” confessò, prendendo del succo di frutta da frigo. Mi fece segno con la bottiglia, a cui risposi scuotendo la testa, rifiutando.
“Come mai di nuovo qui? Non che mi dispiaccia...” indagò, arrossendo un poco per l'ultima affermazione.
“Volevo sapere se te la sentivi di andare alla centrale di polizia. Sai, per la denuncia” spiegai.
Roxanne si raggelò sorpresa.
“Ah, giusto” mormorò. Rimase qualche attimo in silenzio, fissando cieca il bancone davanti a se. Il bicchiere mezzo vuoto era stato abbandonato sul bancone a cui si era appoggiata.
“Se credi di non farcela, posso andare solo io, credo che capiranno” suggerii incerto.
Roxy uscì dallo stato di ipnosi in cui era caduta, spostando di scatto lo sguardo su di me.
“No, no, ce la posso fare. Prima mi tolgo questo dente, meglio è” disse, con un sorriso vacuo.
Finì in un solo sorso il succo rimasto e poggiò delicatamente il bicchiere nel lavandino.
“Se aspetti cinque minuti vado a cambiarmi. Tanto ieri sera mi sono lavata a sufficienza” aggiunse arrossendo.
“Ok, ti aspetto qui” le dissi, avvicinandomi al divano.
“Senti, Gerard” mi chiamò all'improvviso, affacciandosi dalla porta del corridoio. Mi guardava timida, il volto sempre arrossato.
“Dimmi”.
Si morse il labbro, abbassando gli occhi sul pavimento.
“Posso chiederti un favore?” domandò, guardandomi incerta.
“Sicuro” la invitai a continuare.
“Ecco, ieri sera...ero sconvolta, non ero in me. Potresti dimenticare quello che è successo?” mi domandò, l'espressione implorante.
Qualcosa di molto affilato e probabilmente letale mi si piantò nel cuore, congelandomi il sorriso sulle labbra.
“Perché, è successo qualcosa?” risposi, fingendo a suo beneficio di scherzare.
“Grazie” disse lei, con un sorriso timido, e scomparve di nuovo nel corridoio.
Quando sentii la porta della sua stanza chiudersi mi lasciai cadere sul divano, tenendo il viso tra le mani. Perché? Perché chiedermi di dimenticare qualcosa di così bello?
Avevo voglia di urlare, o di rompere qualcosa, o tutte e due le cose insieme. Ma non potevo concedermi il lusso di fare una scenata simile, non in sua presenza almeno. Indifferenza, ecco cosa ci voleva. Non mostrare nulla.
“Eccomi, sono pronta” annunciò leggera la sua voce alle mie spalle.
La sentii avvicinarsi al divano con passo silenzioso. “Ehi, tutto bene? Domandò, preoccupata.
Sollevai il viso dalle mani con un sospiro e le sorriso falso.
“Tutto ok, ho solo sonno. Andiamo, forza” le dissi, avviandomi alla porta.

















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"Così tante persone ti trattano come se fossi un bambino che tu puoi tranquillamente comportarti come se lo fossi, e quindi puoi lanciare il televisore dalla finestra dell'hotel." Gerard Way

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"Se per un minuto pensi di essere migliore di una ragazzina con una maglietta dei Green Day, stai prendendo un granchio. ricorda la prima volta che sei andato ad un concerto e hai visto la tua band preferita. indossavi la loro maglietta, e cantavi ogni parola. Non sapevi nulla di politica, capelli o moda. Tutto ciò che sapevi era che quella musica ti faceva sentire diverso da tutti quelli con cui avevi diviso qualcosa. Qualcuno finalmente ti capiva. Questo è ciò che fa la musica" Gerard Way

"The world is less violent when you're using hula hoops." Mikey Way

"Heroes are ordinary people who make themselves extraordinary." Gerard Way

"Suicide is a serious thing. And if you know anyone who is suicidal, you need to get them help. No one should be in pain. Everyone should love themselves. Like I love you all." Gerard Way

 
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la Trota più bella u.u

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 14/11/2009, 18:57


Beh i miei sentimenti te li ho già abbondantemente espressi su msn xD (ovvero la voglia di ucciderti) Ma dai, se un'amante del sadicoo! Non è possibile T.T Ecco adesso la mia voglia di uccidere aumenta, e tu sai perchè =.= E coomunque Frankie è sempre fantastico *__* (commento poco poco di parte xD) adesso mi lancio nella letturaaa! Smuahahahah

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ѕσ ѕнυт уσυя єуєѕ
кιѕѕ мє gσσ∂вує
αи∂ ѕℓєєρ
נυѕт ѕℓєєρ
-Sleep- My Chemical Romance


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кιѕѕ αи∂ тєℓℓ,
вαву ωє'яє вℓєє∂ιиg ωєℓℓ
кιℓℓ αи∂ тєℓℓ, вαву ωє'яє вℓєє∂ιиg ωєℓℓ
... 'ιи нєℓℓ
-нιм-


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∂αяк ωιиgѕ тнєу αяє ∂єѕ¢єи∂ιиg
ѕєє ѕнα∂σωѕ gαтнєяιиg αяσυи∂
-Dark Wings-

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мα∂ вσуѕ xD
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<3


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Status: Offline: ultima azione eseguita il 10/2/2009, 13:02


duuuuuuuuuuu, non mi uccidereeeeeeee!!!!
ho tutta una vita di ficcy da scrivere, ancora!!!! :*sigh*:

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"Così tante persone ti trattano come se fossi un bambino che tu puoi tranquillamente comportarti come se lo fossi, e quindi puoi lanciare il televisore dalla finestra dell'hotel." Gerard Way

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"Se per un minuto pensi di essere migliore di una ragazzina con una maglietta dei Green Day, stai prendendo un granchio. ricorda la prima volta che sei andato ad un concerto e hai visto la tua band preferita. indossavi la loro maglietta, e cantavi ogni parola. Non sapevi nulla di politica, capelli o moda. Tutto ciò che sapevi era che quella musica ti faceva sentire diverso da tutti quelli con cui avevi diviso qualcosa. Qualcuno finalmente ti capiva. Questo è ciò che fa la musica" Gerard Way

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view post Posted on 1/5/2008, 13:42Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 10/2/2009, 13:02


alùr, alùr!
anche se ormai si è capito che questo forum è ufficialmente morto (lo so, piango anche io! :*sigh*: ), ostinata come non mai continuo a postare...annuccia e silvietta lo faccio per voi!!!
xciò, ecco qui il capitolo 19!!! (mi stupisco di me stessa...19 capitoli!! wow!! e sembra proprio che questa ficcy vedrà una conclusione!! la mia prima ficcy conclusa... :*++*: me fiera di me!)
enjoy the reading e fatemi sapere!!! basiiiiiiiiiiiiiiiii

****
Fu il tragitto in auto più silenzioso e imbarazzato che abbia mai avuto la sventura di fare.
La tensione tra noi due era palpabile, si sarebbe potuta tagliare con un coltello.
Gerard non disse nulla tutto il tempo, rispose ai miei poveri tentativi di conversazione solamente con qualche mugugno isolato.
Non avevo la più pallida idea di cosa avesse portato ad un così improvviso cambio d’umore, ma in quel momento ero troppo presa da altre faccende per pensarci.
Avevo una paura folle di incontrare di nuovo quell’uomo e non ero sicura che avrei retto all’esperienza, comportandomi con freddezza e razionalità.
L’accaduto era ancora troppo bruciante e doloroso perché potessi recuperare la mia solita calma e il mutismo ostinato del mio accompagnatore di certo non mi aiutava.
Fortunatamente per lui, quando ormai stavo per esplodere ed iniziare a urlargli contro, arrivammo alla centrale di polizia in cui eravamo stati convocati.
Una volta scesa dalla macchina passai qualche attimo in contemplazione della scialba facciata grigia dell’edifico, cercando di raccogliere ogni briciola di forza di volontà in mio possesso. Respirai profondamente un paio di volte e risalii i pochi gradini dell’entrata. All’interno era il caos più totale: persone che parlavano ad alta voce e si chiamavano urlando da un capo all’altro dell’enorme sala, agenti che sfrecciavano in ogni direzione come meteore impazzite, telefoni che squillavano ferocemente in attesa di una risposta che tardava ad arrivare. Il tutto mi colpì tanto inaspettatamente che per un attimo dimenticai ogni paura ed ansia.
Chiedemmo informazioni all’apposito sportello, dove una donna dall’orrenda permanente ci indirizzò all’ufficio adatto. E qui iniziò una lunga, lunghissima attesa.
Continuavo a tormentarmi insistentemente in capelli, intrecciandoli e sciogliendoli infinite volte; Gerard passeggiava pensieroso per la stanzetta, misurandola a grandi passi, oppure si sedeva a poca distanza da me, per iniziare a pestare nervosamente il piede per terra e a tamburellare le dita sui braccioli della seggiola. Masticava con insistenza una gomma, lo sguardo fisso davanti a sé; ogni tanto lo spiavo da dietro la frangia, arrotolandomi una ciocca attorno al dito: era incredibilmente sexy. Sapevo perfettamente che quello non era il momento né tanto meno il posto adatto per pensare ad una cosa del genere, ma non potevo proprio farne a meno, non con tale tentazione davanti agli occhi. E poi, il suo modo di ciancicare quella gomma aveva un qualcosa di ipnotico…
La porta si aprì improvvisamente, facendoci sobbalzare entrambi.
“Mr Way e Miss Baxter?” domandò un uomo rotondo e con i baffi da tricheco, la cui calvizie aveva scoperto buona parte della testa lucida.
Gerard ed io ci alzammo in piedi contemporaneamente e seguimmo l’agente nel suo ufficio.
“Accomodatevi, ragazzi”ci disse gentilmente l’uomo, indicandoci due scomode sedie di plastica davanti alla sua disordinata scrivania.
“Allora” esordì, tirando fuori da un cassetto un mucchietto di fogli bianchi.
“L'aggressore ha già confessato di aver aggredito intenzionalmente la signorina, quindi basterà che lei firmi il rapporto, Miss Baxter”. Sospirai di sollievo alle parole di quello che avevo appurato essere un tenente; per quanto mi fossi sforzata a mantenere il controllo non me la sentivo proprio di riaffrontare tutto una seconda volta.
“Invece avremmo bisogno della sua dichiarazione dei fatti, Mr Way. Abbiamo scoperto che l'aggressore della signorina era sotto l'influenza di stupefacenti, quella sera, pertanto ci terremmo a chiarire come si sia trovato lì proprio in quel momento”. Gerard, al mio fianco, annuì alle parole del poliziotto ed iniziò a raccontare dettagliatamente tutti i fatti. Doveva essere difficile anche per lui riportare a galla tutto quanto: era teso come una corda di violino ed emanava ancora molta rabbia, proprio come ad Halloween; aveva di nuovo l'espressione e la voce indurite.
Ascoltando le sue parole sentivo la gratitudine crescere sempre di più in me: era incredibile che si fosse trovato lì proprio in quel momento, proprio quando ormai stavo per arrendermi. Finì in breve il suo racconto e firmò la sua deposizione: ora era tutto ufficiale, nero su bianco. Era accaduto ed era finta.
“Mi rendo conto che probabilmente è troppo presto, ma se farete quest'ultimo sforzo la faccenda sarà chiusa definitivamente” disse poi il tenente, raccogliendo i fogli scritti in una grafia fitta e precisa. Lo guardai interrogativa, completamente ignara di cosa stesse dicendo.
“Ho bisogno di un riconoscimento ufficiale da parte della signorina Baxter” spiegò l'uomo, in risposta alla mia muta domanda. Mi pietrificai, immobile sulla sedia, pallida in viso. Non potevo, non ce la facevo ad incontrarlo ancora!
“Lo so che siete molto spaventata all'idea, ma vi assicuro che se poi lo farete vi sentirete meglio” cercò di rassicurarmi il poliziotto, sorridendomi gentilmente.
'Certo, come no' avrei voluto rispondergli, ma mi limitai a guardare Gerard, sempre più spaventata.
Anche lui era molto sorpreso dalla richiesta dell'ufficiale, ma sembrava deciso e annuì, incoraggiandomi.
“Va bene” mormorai, alzandomi lentamente per seguire il poliziotto fuori dall'ufficio.
Ci condusse in una stanzetta claustrofobica, in cui una delle pareti era stata sostituita da un'enorme lastra di vetro spesso e lucido che si affacciava su una stanza ugualmente piccola. Al di là del vetro, seduto in modo scomposto, l'espressione indifferente e scocciata, stava Lui.
Il mio cuore partì a mille, assordandomi, gareggiando con il mio respiro affannoso; avevo iniziato a tremare in maniera evidente. Nella mia testa si susseguirono in un lampo quegli orribili attimi, vividi come i segni che portavo sul corpo.
“Stia tranquilla, non può vederla, non sa che lei è qui” mi rassicurò con fare paterno il poliziotto. Assentii impercettibilmente, persa nelle mie immagini mentali, e mi avvicinai lentamente al vetro.
Guardai l'uomo con sguardo assente: non avrei dimenticato mai quel viso, quella voce. Gerard si accostò al mio fianco e, senza dire una parola, mi prese per mano. Sotto la delicata pressione rassicurante delle sue dita riuscii a calmarmi un po', a riprendere il controllo.
“È lui” dissi a nessuno in particolare con voce rotta.
“Grazie, ci è stata di immenso aiuto. Avevamo un'altra denuncia a suo carico, ma l'altra ragazza era ubriaca e quindi non attendibile. Si reputi fortunata, il suo ragazzo è arrivato proprio al momento giusto”.
“Già” assentii a bassa voce, “molto fortunata”. Guardai Gerard, sorridendogli timidamente, nella speranza di trasmettergli tutta la mia gratitudine; la sua risposta fu un breve incresparsi di labbra, subito cancellato dall'espressione fredda che aveva assunto qualche ora prima.
Lasciammo la centrale in tutta fretta, entrambi bisognosi di aria e di lasciarci tutto alle spalle: finalmente quel capitolo poteva dirsi concluso definitivamente.
Ci dirigemmo in silenzio verso la macchina, ma ora che mi ero tolta quel peso opprimente dal cuore e dalla mente potevo concentrarmi sul suo bizzarro comportamento. Riuscivo a percepire a pieno la pesantezza dell'atmosfera che si era creata tra noi e una sorta di risentimento emanato dalla figura rigida e fredda di Gerard.
Entrammo nell'abitacolo senza scambiarci neanche una parola, ma ormai mi ero decisa a strappargli una frase di senso compiuto, a qualunque costo.
“Mi sento sollevata, ora che tutto è veramente finito” tentai, cercando di sorridere nel modo più sincero possibile.
Gerard rispose con un mugugno incomprensibile.
Riprovai di nuovo: “E così avevi lasciato le chiavi al locale?”.
“Ah-ah”.
“Le hai trovate?”.
Questa volta annuì.
Attimi di silenzio assordante.
“Gerard, per caso soffri di afasia periodica?”domandai di punto in bianco, un po' acida forse, ma comunque sentitamente.
“Io che?” chiese allibito, senza staccare gli occhi dalla strada.
“È da quando siamo usciti da casa mia che non mi dici più di due parole messe in fila. E i mugugni non valgono!”.
“No, io...non è niente”.
“Svolta a sinistra” ordinai.
“Cosa?”.
“Svolta a sinistra, ti porto all'ospedale” ripetei.
“Perché?”. Mi guardava stupito, non aveva recepito il mio sottile sarcasmo.
“Se è davvero afasia latente devi farti curare immediatamente! Potresti non riuscire a cantare mai più, sai? E poi chi le sente le tue fan” spiegai, sempre più irritata dalla sua incomprensione.
“Ti rendi conto che stai delirando?” mi fece notare, guardandomi come se avesse a che fare con un disabile mentale.
“Wow, sei parole! Di questo passo arriveremo ad un discorso vero e proprio!” esclamai ironica.
“La smetti?”.
“Di fare che?”; sbattei le ciglia con fare innocente.
“La scema”; si stava arrabbiando. Bene, almeno avrebbe avuto una reazione da 'vivo' e non da zombie.
“Solo quando tu ti deciderai a spiegarmi cosa diavolo hai”.
Gerard sbuffò spazientito. “Te l'ho detto, non ho niente”. Era tornato a guardare la strada,
“Bugiardo! Allora perché non mi parli?”.
“Roxanne, lascia perdere” mi consigliò, al limite della sopportazione.
Era evidente che a breve sarebbe scoppiato, proprio assecondando i miei piani. Sapevo che era profondamente scorretto provocarlo così, ma ero troppo decisa a strappargli la veità per farmi degli scrupoli.
“Mi dispiace, non mollo tanto facilmente. Forza, sputa il rospo. Ho fatto o detto qualcosa di sbagliato? È per quello che è successo ieri sera?”.
L'improvvisa frenata confermò le mie supposizioni. Bingo!
Gerard accostò al marciapiede e spense il motore prima di voltarsi verso di me e fulminarmi con lo sguado.
“Si, è per ieri sera. Caontenta ora?” confessò furioso.
Per la seconda volta quel giorno mi pietrificai, immobile sul sedile in pelle della Corvette. Non era stato per il tono con cui lo aveva detto, praticamente un urlo esasperato e rabbioso, ma per quello che aveva detto.
“Lo sapevo, non potevi dire sul serio! Dio che imbarazzo!!!”. Nascosi il viso tra le mani, per celare il rossore e le lacrime che iniziavano ad appannarmi la vista.
Che scema che ero stata, non poteva essere reale; certe cose accadono solo nei film, non nella vita vera. Era ovvio che un tipo come lui non avrebbe trovato nulla di interessante in un'insignificante cameriera come me.
“Che stai dicendo?” lo sentii dire, ma non osai guardarlo in faccia.
“Niente, lascia perdere. Grazie per il passaggio”; stavolta era il mio turno di fare la misteriosa, non volevo sapesse quanto il significato nascosto dietro le sue parole mi avesse ferita. Arrotolai frettolosamente la sciarpa attorno al collo e afferrai i guanti che avevo appoggiato sul cruscotto.
“Dove credi di andare? Sta' buona un attimo e spiegami che cavolo stai dicendo!”.
“Non c'è nulla da spiegare, ho capito benissimo e tolgo immediatamente il disturbo” dissi, armeggiando con lo sportello, bloccato dalla dannata sicura.
“Ehi, ma mi vuoi spiegare a cosa cavolo ti riferisci?”. Mi aveva afferrata per il gomito, stringendolo con forza.
“Oltre che muto sei anche stupido? Sai benissimo di cosa parlo!” lo accusai, corrucciata. Non volevo litigare, ma il colpo era stato troppo forte e troppo improvviso.
“Ti giuro che non lo so” rispose, guardandomi sincero.
Oddio, ti prego, non guardarmi così! Mi fa male vedere quegli occhi intristirsi!
“Ti sei pentito” sbottai.
Silenzio. Gerard aggrottò le sopracciglia, pensoso.
“Di che?”.
Alzai gli occhi al cielo, esasperata.
“Del bacio”.
Di nuovo silenzio. Lo guardai trionfante: bingo! Era proprio la mia serata.
“Non fa niente, Gerard, mi passerà prima di quanto credi” lo rassicurai, riuscendo finalmente ad avere la meglio sulla sicura e a spalancare lo sportello. Non feci in tempo a mettere un piede sull'asfalto che ricaddi all'indietro sul sedile, tirandomi appresso la portiera che si chiuse nuovamente con uno schiocco secco.
“Cosa? Io...no!”; mi guardava ad occhi spalancati, sconvolto, ricambiai lo sguardo, in attesa di una risposta esauriente o quanto meno più sensata. Ma non arrivava.
“Senti, Gerard, sul serio, non me la prendo. Eravamo entrambi scossi, sono cose che possono capitare. Mi lasceresti andare?”. La sua mano allentò la sua presa, in risposta alla mia richiesta, e riuscii finalmente a divincolarmi.
Aprii lo sportello una seconda volta e scesi più velocemente che potei dall'auto. “Grazie di tutto, Gerard, mi ha fatto piacere conoscerti. In bocca al lupo con il tour. Ci si vede”. 'Mai più' dissi a me stessa, ma mi voltai senza aggiungere altro. Me ne andai sbattendo la portiera con più violenza di quanto fosse mia intenzione, ma ormai era finita, perché farsi dei problemi?
Infilate le mani in tasca per proteggerle dal freddo, iniziai la mia passeggiata fino a casa. Tirai su col naso e aggrottai le sopracciglia, nel vano tentativo di sconfiggere le lacrime incipienti: non volevo piangere lì, in mezzo alla strada, davanti a degli sconosciuti, davanti a lui. Preferivo farlo nascosta dalle quattro mura di casa mia.
Così si concludeva un secondo capitolo della mia vita, breve ma intenso.
Ero delusa, amareggiata, ferita: era stato facile, troppo facile abbandonarsi all'illusione che io contassi per lui quanto lui per me. Avevo sbagliato di nuovo; come con Sam, mesi prima, ci avevo creduto. Ed ero stata disillusa un'altra volta.
Perché sono così idiota e masochista? Perché non imparo mai? Avevano ragione i miei, almeno in questo.
“Maledizione!” borbottai a denti stretti, pestando con foga i piedi sul marciapiede. Gli occhi mi pizzicavano e la vista era sempre più sfocata: dannate lacrime, non l'avrete vinta! Non questa volta.
“Ehi, aspetta!” gridava qualcuno dietro di me: Gerard. 'Col cavolo', pensai e proseguii imperterrita per la mia strada.
“Roxanne, fermati!”. Aveva iniziato a correre, sentivo i suoi passi affrettati farsi sempre più vicini. Resistetti all'impulso di darmi ad una fuga disperata e continuai ad ignorarlo.
“Aspetta” disse ansante.
“Che vuoi?”. Avrei voluto essere arrabbiata, infastidita, acida, ma la voce si ruppe sul più bello. Vi prego, lacrime, aspettate! Potevo immaginare quanto la scena sembrasse comica per i passanti: io che marciavo dritta per dritta e lui che mi inseguiva come un cagnolino. Mi veniva quasi da ridere.
“Hai frainteso tutto! Ti prego lasciamo spiegare” mi implorò. Vedevo quasi i suoi occhi, nonostante davanti a me ci fosse solo il traffico metropolitano.
“E invece ho capito benissimo” ribattei testarda.
“Dai, fermati. Parliamone”.
“Abbiamo parlato a sufficienza, mi pare. Lasciami stare ora”. Perché doveva insistere a quel modo? Gli piaceva proprio girare il coltello nella piaga!
“Roxanne...”mi pregò ancora. Ero arrivata al limite della sopportazione: voleva proprio che scoppiassi? L'avrei accontentato subito.
“Mi vuoi lasciare in pace??” urlai, voltandomi di scatto.
Pensavo che, data la mia manovra brusca, ci saremmo scontrai, ma l'unico contatto fu quello delle nostre labbra.
Strabuzzai gli occhi, irrigidendomi per la sorpresa. Durò tutto pochi secondi ma fu talmente intenso da lasciarmi senza parole.
“Ma che diavolo...” domandai, quando mi lasciò libera di parlare.
Lo guardai in viso, sorpresa: sorrideva dolcemente e un po' malizioso.
“Non ho mai detto di essermi pentito”.
“Ma allora...perché eri così arrabbiato?” gli chiesi confusa.
“Perché mi hai chiesto di dimenticare. E io non posso. Anzi, non voglio”:
“Eh?”. Non ci stavo capendo più nulla. Impiegai diversi minuti prima di riuscire a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle.
“Cosa? Io non intendevo...”. Fu più forte di me: scoppiai a ridere senza ritegno, la situazione in cui ci eravamo incastrati era troppo assurda!
“Che hai da ridere?” domandò Gerard, sorridendo interrogativamente.
“O mio Dio, è assurdo! Non capisci? Abbiamo tutti e due capito una cosa per un'altra!”.
Gerard continuava a non capire ed aggrottò le sopracciglia con fare pensoso.
Respirai profondamente per calmarmi e poi presi a spiegare.
“Quando ti ho chiesto di dimenticare, non mi riferivo al bacio, ma alla scenata isterica che avevo fatto prima in bagno!”.
Il suo viso si illuminò improvvisamente di comprensione. “È per questo che ero arrabbiato!”
“Esatto. Ed io ho pensato che tu ti fossi pentito del bacio”aggiunsi, concludendo il cerchio.
Ci guardammo in silenzio per qualche minuto e poi scoppiammo a ridere entrambi.
“Siamo due idioti” commentò, appoggiando la fronte alla mia.
“Non così tanto, visto che siamo riusciti a sistemare le cose".
Mi sorrise dolcemente: “Per fortuna”. E s'impossessò di nuovo delle mie labbra.






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"The world is less violent when you're using hula hoops." Mikey Way

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